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Renato Tamburrini

 

Note sul dialetto di Settefrati

 

 

 

2a edizione

Copyright Renato Tamburrini, settembre 2008

 

  

Questo documento concesso dallautore per la pubblicazione sul sito www.settefrati.net. I diritti dautore non sono ceduti.  La citazione, la riproduzione integrale o parziale e la diffusione per scopi non commerciali sono autorizzate, purch sia indicata sempre la fonte.    Non permessa la modifica del testo e il suo utilizzo per fini di lucro.        .

INDICE

  

1. Premessa

        1.1 Lingua e dialetto                                

        1.2 Obiettivi e metodo                           

        1.3 Il quadro storico                     

        1.4 Il quadro linguistico            

        1.5 Il settefratese scritto                           

 

2. FONETICA

        2.1 Le vocali                                              

        2.2 Le consonanti   

 

3. MORFOLOGIA

        3.1 I nomi                                           

        3.2 I pronomi                                

        3.3 I Verbi                                             

        3.4  Articoli congiunzioni avverbi          

 

4.RIFERIMENTI                                                

 

5. DIZIONARIO >>>>

             

                        

 

 

 Carta dei dialetti italiani

                                           Image:Italy - Forms of Dialect.jpg

 

 

 

  1. Premessa    top

 

 

1.1 Lingua e dialetto      top

 

Anche se oggi quasi tutti quelli che parlano in dialetto lo utilizzano pi o meno largamente accanto alla lingua ufficiale e sono generalmente consapevoli che si tratta di uno strumento di livello assai diverso (ovviamente quando sono tecnicamente in condizioni di diglossia, cio riescono ad esprimersi in lingua nazionale e in dialetto), non   altrettanto facile definire bene tutte le differenze. Infatti anche nella lingua ufficiale esistono livelli diversi a seconda dellambiente culturale e sociale e delle finalit  della comunicazione (i cosiddetti registri linguistici).  Lo stesso parlante si pu esprimere in modi diversi a seconda del contesto, dal pi familiare al pi ufficiale.

In sintesi, per semplificare al massimo,  possiamo dire che una parlata dialettale caratterizzata  dal non avere una lingua scritta adatta alla complesssit delle situazioni, dallessere usata in un territorio abbastanza limitato e dallessere inadatta a situazioni di tipo istituzionale o ufficiale (atti pubblici, scuola, comunicazione scientifica ecc.).

 

Proprio per queste sue caratteristiche il dialetto si va a collocare nel cuore della  familiarit, e rappresenta uno degli elementi principali con cui una comunit si riconosce: le tradizioni, le feste, il ricordo di un ambiente naturale e antropico comune sono veicolati da un linguaggio di nicchia, spesso ricco di  espressioni idiomatiche e termini specifici, considerati in questo contesto pi pertinenti di quelli conosciuti attraverso la lingua colta ufficiale.

 

I dialetti, non diversamente dalle lingue - anzi in misura maggiore perch non hanno un corredo di testi scritti paragonabili  a quelli che contribuiscono a rendere pi stabili le lingue-  non sono immobili nel tempo e sono sottoposti a cambiamenti anche importanti, per il continuo interscambio sia con la lingua colta comune che con le parlate pi vicine; anche se i parlanti nellarco della loro esistenza non avvertono pienamente lentit dei cambiamenti e anzi a volte, quando il corso della storia pi lento,  hanno limpressione quasi dellimmobilit.

 

Nel contesto della civilt attuale, con labbondanza di influenze provenienti dai media, che si sono aggiunte a quelle classiche della scuola, della burocrazia statale e della predicazione, naturale che il dialetto sia sottoposto a rischi di sopravvivenza e di omologazione in modo anche brusco.

 

Proprio con lintento di contribuire a fissare un patrimonio sottoposto ad una veloce dissipazione ho messo un po in ordine appunti e riflessioni che occasionalmente avevo fatto. Lo spirito con cui li ho raccolti e rielaborati non certo quello di alimentare rivendicazioni localistiche o romantiche ricerche di colori primitivi, ma piuttosto quello di offrire  una testimonianza e di arricchire quella biblioteca ideale di storia patria la cui creazione  uno degli obiettivi che pi volentieri abbiamo vagheggiato con lamico Antonio. E mi pare veramente significativo, anche se apparentemente contraddittorio, che lo spazio per questa testimonianza di identit sia offerto dalla rete globale del web.


 

1.2 Obiettivi e metodo       top

 

Lo scopo di questo lavoro quello di offrire una panoramica del dialetto di Settefrati attraverso la sintesi dei principali aspetti fonetici e morfologici e la raccolta di parole con lindicazione del significato in lingua italiana comune e, quando possibile e abbastanza sicuro, anche delletimologia, soprattutto per quei termini che apparentemente o sostanzialmente divergono dallitaliano comune.

 

Il primo problema che si trova di fronte a chi voglia affrontare  un argomento di questo genere la trascrizione: trattandosi di parlate senza tradizione scritta e con abbondante presenza di suoni non abituali nella lingua nazionale comune, si pu cadere nella  pi assoluta arbitrariet; chi si occupa di dialettologia in modo professionale ricorre a una trascrizione fonetica che utilizza un segno diverso per ciascun suono:  il risultato ineccepibile sotto il profilo scientifico, ma il tutto risulta poi difficilmente leggibile per il pubblico, anche di media cultura, che si avventuri con curiosit nella foresta delle parole patrie.

 

Ritenendo che il lavoro, che ho cercato di mantenere comunque a un livello seriamente documentato, non sia tanto destinato agli studiosi della materia, quanto piuttosto a persone che vogliono approfondire qualche aspetto del dialetto, prima di tutto ho deliberatamente evitato luso delle note a pi di pagina  (salvo due inevitabili ma brevi precisazioni per quanto riguarda la fonetica delle vocali)  che in molti casi avrebbero s aiutato ad approfondire qualche punto, ma anche contribuito ad appesantire ancora di pi una materia gi di suo un po ostica.  Questa scelta stata anche confortata dallidea che la pubblicazione, almeno in questa stesura, destinata a un sito web generalmente non frequentato da addetti ai lavori.

 

Per quanto riguarda la trascrizione delle parole quindi mi sono tenuto il pi possibile vicino allitaliano comune e perci ho usato praticamente solo due accorgimenti: come si pu vedere meglio nella parte dedicata alla fonetica delle vocali, nel dialetto di Settefrati (ma anche dei paesi vicini) c una  grande quantit di e semivocaliche con un suono contraddistinto da una forte lenizione ignoto allitaliano comune, ma frequente ad esempio nel francese- che spesso quando si scrive qualcosa in dialetto non sono neppure segnalate, perch sono percepite quasi come non esistenti. Da una parte sarebbe fuorviante trascriverle come la e dellitaliano comune, che ha sempre un suono pieno, anche quando non accentata; dallaltra lassenza totale della trascrizione sarebbe ancora pi dannosa per la comprensione e ancora pi sbagliata dal punto di vista linguistico;  e perci ho scelto di segnalarle trascrivendo la e come (al computer il carattere ASCII si ottiene con ALT+137), seguendo luso prevalente nelle pubblicazioni di tipo dialettologico;  ad esempio, decisamente non va bene frrar, che lo rende incomprensibile e ostico, al pari di frrar,   ma neppure ferrare, che solo chi conosce il dialetto potrebbe pronunciare correttamente: nellopuscolo e soprattutto nella parte dedicata al dizionario, si trover frrr che garantisce lintegrit della parola ma avverte che  quelle e sono deboli o debolissime. Il secondo accorgimento che ho utilizzato quello di segnare comunque laccento delle sillabe toniche, per la decisiva centralit  che hanno nel sistema fonetico dei dialetti italiani centro-meridionali, e quindi anche nel settefratese. Con queste due regole spero di essere riuscito a mantenere una certa aderenza alla reale fonetica del settefratese senza stravolgimenti, e nello stesso tempo a  fornire uno strumento di non troppo difficile leggibilit.

 

Non mi sfugge che anche questi due accorgimenti, specialmente il primo (segnalazione della e semivocalica) potrebbero per essere fastidiosi e inadatti allo scopo per tutti coloro che vogliono scrivere in dialetto (poesie, ricordi, citazione di una parola nel contesto di uno scritto in lingua).

Per questa ragione pi oltre (a pag. 13) ho avanzato una proposta complessiva sulla scrittura del settefratese che potrebbe semplificare il lavoro e nello stesso tempo presentare le parole dialettali in maniera leggibile.

 

 

1.3  Il quadro storico: le origini, la koin romana, la frantumazione      top

 

 

Le radici della storia comune dei popoli che abitano la penisola italiana affondano sicuramente nei millenni. Ma per quanto riguarda la lingua bisogna partire dal primo millennio avanti Cristo, anche se relitti di lingue precedenti (pre-indoeuropee) sono presenti come fenomeni di sostrato anche nei nostri dialetti.

 

Nel primo millennio a.C., con varie ondate, popolazioni di origine e lingua indoeuropea provenienti dal Nord o, secondo alcuni, dalla penisola balcanica,  entrarono in Italia. Con il nome Osco-Sabelli sono chiamati tutti i popoli di lingua osca che popolarono la penisola, esclusa la Padania: non sono compresi gli Etruschi, sulla cui origine, nonostante tutti gli studi non stata data ancora una lettura definitiva, e i Latini, appartenenti anchessi al ceppo indoeuropeo, ma arrivati in Italia probabilmente qualche secolo prima degli Osco-Sabelli. Latini e Osco-Sabelli presentano comunque molte affinit religiose, culturali e linguistiche. Se ne deduce che fossero in qualche modo imparentati: daltronde le fonti antiche, avvolte nella leggenda ma non per questo sicuramente infondate, legano i Sabini veri e propri sia alla proto-storia dei Romani che a quella dei  Sanniti, una delle etnie pi rappresentative del gruppo osco-sabellico. Attraverso linterazione con i popoli che gi la abitavano,  che gli studiosi generalmente chiamano mediterranei senza pronunciarsi molto sulla loro natura etnico-linguistica, si form una civilt omogenea anche dal punto di vista linguistico: alcune caratteristiche proprie della lingua osca hanno attraversato lunificazione del latino portata dal dominio di Roma,  e sono tuttora persistenti. E a questa civilt italica osco-sabellica (che nellinsieme si estendeva dalle Marche alla Calabria -dai Piceni ai Bruzi-  e che si espandeva attraverso la pratica delle primavere sacre) che appartengono i nostri primi antenati documentati dalla storia. La nostra area era abitata sicuramente da popolazioni di questo ceppo: quando i Sanniti fecero la loro comparsa nella storia di Roma (intorno al 350 a.C.) la loro lega, con le grandi trib dei Caracini, Caudini, Pentri e Irpini, rappresentava il pi forte raggruppamento italico, e il loro dominio, che si era affermato nelle zone volsche e premeva verso le citt greche della Campania, comprendeva con sicurezza Atina e Casinum. La valle del Liri era diventata una zona  fortemente critica, in cui lespansione romana e quella sannitica vennero in conflitto. A prescindere dalla veridicit della localizzazione della sannitica Cominium distrutta dai Romani nel 293 a.C. comunemente e secolarmente riferita alla nostra valle, ma messa in dubbio da studi recenti-   in ogni caso incontrovertibile  lantichit dellassetto urbano di Atina e della consistenza del suo territorio (latinate agro di Livio), con la leggendaria fondazione di Saturno e la fama consolidata di punto nodale della  resistenza italica contro Enea, che le attribuisce Virgilio nellEneide. Come pure incontrovertibile la presenza del santuario di Mefitis alle sorgenti del Melfa, vero e proprio locus sacer della nostra etnia, naturale via di comunicazione tra il Sannio e la valle del Liri,  con un interesse sicuramente incrementato dalla presenza delle miniere di ferro.

 

Il mondo osco-sabellico venne a contatto con la forza dellespansione romana che alla fine, dopo quasi tre secoli di lotte sostenute prevalentemente dal suo nocciolo duro sannita, dovette soccombere: lultimo grande episodio nel I secolo a.C. fu la guerra sociale che gli alleati italici - che avevano posto la capitale a Corfinium e battevano moneta con la scritta Italia-  sostennero contro Roma per rivendicare parit di diritti: da l in avanti la nostra area si innest fortemente nella possente architettura statuale, militare e organizzativa del mondo romano (Atina diventa prefettura romana), fornendo attivamente militari,  amministratori, letterati,  poeti.

La dominazione romana, che qualcuno ha definito la prima grande globalizzazione, comport una vigorosa  unificazione politico-amministrativa  e linguistica della penisola italiana, con una fisionomia riconoscibile ancora oggi perfino nella divisione regionale, dovuta soprattutto allopera di Augusto (30 a.C. -14 d.C), che sotto molti punti di vista possiamo considerare il vero padre fondatore dellItalia. Sostanzialmente questa la base fonetica, lessicale e grammaticale di tutti i nostri dialetti, al pari di tutta lenorme area linguistica neo-latina. Naturalmente anche il latino parlato non era omogeneo e regolare come quello che leggiamo nei testi dei classici, ed accertata la presenza di  variet locali e livelli linguistici diversi.

 

Dopo la caduta dellimpero romano (476 d.C) la nostra zona fu profondamente influenzata dai grandi centri monastici benedettini di San Vincenzo al Volturno e di Montecassino (fondato nel 529 d.C), non soltanto dal punto di vista religioso e culturale, ma anche politico-terrioriale. Lafferenza al ducato longobardo di Benevento e alle sue successive frantumazioni feudali - a partire dalla grande signoria di Capua-  e lappartenenza al Regno unificato dal normanno Ruggero II  (1095-1154) documentano anche dal punto di vista amministrativo e politico un radicamento plurisecolare nel Meridione italiano. Lappartenenza allarea della grande civilt  della Longobardia minor beneventano-cassinese forse ha lasciato anche una testimonianza preziosa  nel cuore della nostra tradizione, in quei vespri del 14 e del 29 agosto che, trasmessi oralmente nei secoli,  sono quasi miracolosamente sopravvissuti ai reiterati tentativi di eliminazione messi in atto anche in tempi recenti. Quei salmi, quelle antifone, quegli inni, con molta probabilit riecheggiano i modi del cosiddetto canto lombardo , praticato nella cattedrale beneventana fino a oltre il 1000 e comunque sopravvissuto a lungo nel cenobio cassinese. E come se una gemma di un leggendario tesoro del passato fosse stata incastonata nel rito che forse pi di ogni altro esprime lidentit e la memoria collettiva del paese.

 

Sul piano strettamente linguistico, dopo la caduta del dominio poltico unitario di Roma, in tutto il vasto territorio del suo impero  le differenze si accentuarono, la fonetica si modific sempre di pi, e accaddero diversi fenomeni di semplificazione grammaticale e sintattica: si andarono cos a formare svariate parlate, allinterno dellinsieme delle lingue chiamate romanze o neo-latine. Lisolamento e la specificit fecero il resto, portando ad una forte frantumazione dialettale in tutta la penisola italiana, con particolare virulenza nelle zone montane, pi isolate. Nel corso dei secoli anche i nostri dialetti si arricchirono di parole delle lingue di altre popolazioni che frequentavano lItalia, e cosi abbiamo lemmi di origine gotica o longobarda, e poi francese e spagnola. In senso opposto, unificante o almeno omologante,  agivano la lingua degli atti governativi e burocratici, la Chiesa con la predicazione, gli scambi con i paesi viciniori che evidentemente non cessarono mai del tutto, anche con la laumentata difficolt nelle comunicazioni.  

 

Dopo lunit dItalia una serie di fenomeni concomitanti and man mano ad aggiungersi e a rafforzare la tendenza omologante: basti citare il servizio militare obbligatorio, gli scambi dellemigrazione, lestensione della scolarizzazione;  negli anni Trenta e Quaranta ci furono lapparizione della  radio, il calcio e le canzoni, lorganizzazione dei bambini e dei giovani nelle associazioni del regime fascista; e infine nellultimo dopoguerra la televisione, la scolarizzazione sempre pi spinta e in qualche misura anche lintroduzione dellitaliano nella liturgia.

Nel frattempo la creazione della Provincia di Frosinone nel 1927, con la separazione amministrativa dellarea di Sora e Cassino dal millenario retroterra campano, ha ovviamente comportato un aumento dellinfluenza ciociaro- laziale nei nostri dialetti.

 

Lazione costante delle forze di frantumazione e di unificazione ha avuto come risultato quel dialetto -costantemente parlato per tutto il secolo scorso e ancora oggi fortemente vitale anche nelle comunit di emigrati-  che molti di noi ancora conoscono abbastanza.

Ovviamente i parlanti pi anziani, o che hanno conservato allestero il ricordo di una situazione pi arcaica, hanno la percezione nostalgica di uno strato diverso del dialetto, rispetto al quale quello parlato in paese, sottoposto ad influenze ed evoluzioni, rappresenta comunque un allontanamento.

 


 

1.4  Il quadro linguistico      top

 

 

Il dialetto settefratese appartiene alla famiglia dei dialetti centro-meridionali, che si estendono  dalle Marche alla Calabria. Pi precisamente  un dialetto nord-campano con evidenti influenze delle vicine parlate del Lazio meridionale, dellAbruzzo e del Molise.

 Il confine di questa vastissima area linguistica - che corrisponde quasi perfettamente  alle zone di insediamento delle popolazioni  osco-sabelliche  prima del dominio romano-   segnato a nord da una linea che va grosso modo da  Roma  ad Ancona, mentre a sud ne sono escluse la Calabria meridionale  e il  Salento. 

La cartina  a pag. 4 mostra un quadro sintetico della ripartizione dei dialetti italiani.

 

Lungo la cosiddetta linea Roma - Ancona ( linguisticamente fondamentale come quella La Spezia - Rimini, che separa  i dialetti nord-italiani da quelli centrali) corre ad esempio il limite settentrionale dellutilizzazione di ferraro per fabbro,  frate per fratello, femmina per donna, figliomo e similari (patremo, fratemo, ecc.) per mio figlio ecc., tenere per avere. 

Il fascio delle isoglosse significative che segnano a nord il confine dellarea dialettale meridionale rappresentato dalla carta a pag. 12 (isogl. 8-12); nella stessa carta sono visibili le isoglosse che segnano il confine tra i dialetti del nord Italia e quelli dellItalia mediana (isogl. 1-7).

E da sottolineare come queste linee corrispondano in una certa misura anche ai confini storici degli antichi stati italiani, cosicch la Toscana, che gi ricalca in buona parte larea etrusca dellantichit, risulta  linguisticamente ritagliata  tra le due linee La Spezia-Rimini  e Roma - Ancona;  mentre questultima,  risalendo dal Lazio verso lUmbria (sfiorando a sud Perugia) e le Marche, risale il cosiddetto corridoio pontificio.

Della grande famiglia dei dialetti dell area centro-meridionale  il settefratese condivide le caratteristiche fondamentali dal punto di vista fonetico, morfologico e sintattico.

 

 

 

 

La cartina, riprodotta per gentile concessione delleditore, contenuta  nel volumedi Grassi-Sobreo-Telmon,  Introduzione alla dialettologia italiana. Roma-Bari, Laterza, 2003.


 

1.5    1.5 Il  settefratese scritto       top

 

 

I testi scritti in settefratese sono molto pochi. Spesso si tratta di componimenti scherzosi o occasionali. Dal punto di vista della trascrizione sono generalmente  poco affidabili. In questo panorama, e senza fare torto ad altre personalit brillanti e interessanti che occasionalmente hanno scritto qualcosa in dialetto, a volte magari senza pubblicarlo, come capitato al pittore Alfonso Capocci, occupano un posto diverso e del tutto particolare le composizioni poetiche di Michele Buzzeo, non solo per la quantit e la regolarit della produzione, durata tutta la vita, ma anche per la vastit delle tematiche liriche. Questa non la sede per rendere ragione degli aspetti propriamente letterari e poetici della sua opera, ma vorrei accennare a aspetti importanti dal punto di vista linguistico.

Per quanto riguarda il lessico,  la lirica di Michele Buzzeo rappresenta un grande deposito di memoria dialettale, con la consapevolezza che -da letterato quale era-  in qualche misura ha recepito termini della lingua colta o dellitaliano comune, integrandoli nel dialetto. Ma dal punto di vista della trascrizione resta esemplare per il tentativo di rendere il settefratese in modo piano, vicino al meridionale comune, in maniera non ostica e  incomprensibile. Purtroppo devo dire con rammmarico che, nonstante la presenza su settefrati.net di una cospicua raccolta di poesie, la sua lezione stata quasi completamente dimenticata e non stato seguito da quelli che si sono cimentati nel dialetto scritto, che in generale, anche se certamente con buona intenzione, tendono invece a produrre testi veramente giargianesi, intessuti di apostrofi in luogo delle  e semivocali debolmente pronunciate.

A mio parere un ritorno alla nettezza classica dei segni fonetici presenti nelle poesie di Michele Buzzeo -con una marcatura pi sistematica e regolare dellaccento tonico e qualche riaggiustamento nelluso di q e c- costituirebbe un buon programma per lasciarsi alle spalle le trascrizioni disordinate e depistanti che  di solito si leggono nella produzione locale.

 

Ricapitolando,  la mia proposta per la scrittura in dialetto questa:

 

1)      Nellambito di una ricerca professionale di tipo linguistico-dialettologico, vigono regole specifiche per tutti i caratteri, vocali e consonanti che siano (trascrizione fonetica).

 

2)      Per un uso non specialistico, nel contesto di una citazione specifica, di un elenco, di un dizionario non professionale, dove per si deve comunque evidenziare lesatto contenuto fonetico, necessario segnalare:

a.      laccento nella sillaba tonica di ciscuna parola, che lepicentro del sistema fonetico settefratese; di pi, occorre che per la e  e per la o sia correttamente segnato laccento grave (  ) per la pronunzia aperta e laccento acuto ( ) per la pronunzia chiusa;

b.      le e semivocaliche: dopo qualche riflessione e qualche buon consiglio, sono arrivato alla conclusione che preferibile e pi leggibile luso della notazione standard dei lavori dialettologici, ovvero la  e con la dieresi ().

c.       per la a e la i  e u la accentate sufficiente un solo tipo di accento  perch non hanno la variazione del suono aperto/chiuso; generalmente le tastiere di computer offrono laccento grave (, , ).

Esempi: frrr, cun, ssa, grcn, frv, chssa

 

Avvertenza: con le tastiere senza caratteri accentati ricordo che si possono comunque ottenere con i tasti ALT + numero corrispondente

  ALT+133

 ALT+130

 ALT+138

  ALT+137

   ALT+141

  ALT+149

  ALT+162

  ALT+151

 

3)      Per un uso letterario  (epigrammatico, lirico, narrativo) pu essere auspicabile che il testo non sia appesantito da segnalazioni speciali; perci

a.      pu essere sufficiente marcare la sillaba accentata, grave o acuta quando necessario (vedi punto 2 a); questo si pu praticare tranquillamente, non perdendo nessuna segnalzione fonetica importante, perch la regola che le e non accentate si pronunziano debolissime non ha eccezioni. 

Esempi:  ferrre, cune, ssa, gerecne, frve, chssa

b.      nel caso di difficolt a disporre di tastiere con le vocali accentate,  e anche ad utilizzare il codice ASCII esteso,  sarebbe preferibile attenersi alla trascrizione pi classica possibile, appunto secondo la lezione di Michele Buzzeo, restituendo al dialetto semplicit e scorrevolezza, ed eliminando drasticamente luso di altri segni che lo rendono ostico e incomprensibile. E evidente che operando in questo modo si ha lo svantaggio che bisogna sapere dove cade laccento, per distinguere le e semimute, e bisogna anche sapere  se la pronunzia di o e e aperta o chiusa: perci chiara la mia decisa preferenza per al soluzione 3 a  ; con la 3 b  si paga  dazio, ma il costo tutto sommato sarebbe certamente pi basso di quello che paghiamo leggendo i prodotti poetici degli ultimi tempi, a volte simpatici e arguti, ma resi complicati nella lettura, con tutte le incertezze e  le incoerenze connesse alla notazione delle e in corpo di parola e in finale (del tipo:  frrar, cuon, grcon ecc.)

Esempi:  ferrare, cuone, ossa, gerecone, freve, chessa


 

2. FONETICA      top

 

2.1 Le vocali      top

 

Il sistema vocalico del dialetto di Settefrati, come di tutte le parlate dellItalia centro-meridionale, governato dallaccento: questa la ragione principale che spiega la maggior parte delle differenze rispetto alle parole dellitaliano comune. Potremmo dire che quello che accade in questo ambito forse il punto pi complicato della fonetica settefratese, e richiede una spiegazione abbastanza tecnica.

 

Nella sillaba non accentata le vocali e, i, o, u si riducono a semivocale , debolmente ma sicuramente pronunciata: questo fenomeno osservabile praticamente in tutte le parole dialettali. 

 

Nella sillaba accentata, vero e proprio centro fonetico della parola, in concomitanza con la riduzione descritta sopra,  si producono due variazioni:

 

a) dittongazione, ossia la vocale semplice accentata si trasforma in dittongo: esempio tipico la o latina  che diventa uo (bonus/ bun,  porcus/purch); in settefratese la dittongazione coinvolge anche la a accentata  (che poi cambia il suono in o e in e: questo passaggio ulteriore spiegato analiticamente pi avanti)

 

b) metafonesi, ossia cambiamento di suono, spesso per influenza della vecchia vocale finale indebolita in : esempio tipico chiave/chiv;

 

La a non accentata invece pi resistente: non si degrada a e semivocalica, e contemporaneamente nella parola non si produce il fenomeno dittongazione + metafonesi nelle vocali o e a della sillaba con laccento:  quindi nel complesso abbiamo un esito assai pi vicino allitaliano comune (bun, ma f. bna, cun ma f. cna, uss ma pl. ssa).

 

Questi tre fenomeni spesso si  combinano insieme e complessivamente accade che la vocale della sillaba tonica della parola  viene anzitutto enfatizzata e marcata con un suono pi forte e prolungato; contemporaneamente (storicamente forse in una fase successiva) sottoposta anche a cambiamenti di suono (metafonesi), mentre le vocali delle sillabe non accentate (a meno che non si tratti di a non accentata, come abbiamo visto) si indeboliscono, fino quasi a scomparire, trasformandosi nella semivocale : cosicch tutta la parola latina sembra come ricostruirsi attorno alla sillaba accentata, vero e proprio  epicentro di quello che potremmo chiamare un terremoto fonetico.

Una ulteriore enfatizzazione della sillaba accentata data dalla frequente presenza di raddoppiamento nella consonante che segue la vocale o il dittongo accentato nelle parole sdrucciole, vale a dire nelle quali laccento cade sulla terzultima sillaba (esempi: ussn, ssna, frttm, mcchna, marttm, middch). Anche questa uleriore marcatura specifica di Settefrati centro e gi a Pietrafitta assente.

 

Detto in altri termini,  il dittongo come esito abituale della vocale tonica in presenza di e, i, o, u (ovvero della loro succedanea semivocalica) in finale di parola un fenomeno ben radicato anche nellitaliano comune (buono da bonus), anche se abbastanza estraneo al toscano; nelle parlate centro-meridionali riguarda in modo prevalente la o accentata; nel settefratese (in Val di Comino sembra una sua caratteristica quasi esclusiva, ma si riscontra con un grado diverso anche a San Donato ed presente in varie parlate abruzzesi e molisane) si manifesta anche in presenza di a tonica, producendo alla fine u, se la finale della parola una da  o/u, i se la finale della parola una da e/i (cump /chimp, cun/chin): alla dittongazione in questo caso si associa visibilmente la metafonesi, ovvero:  nel caso del dittongo formato a partire dalla a (che darebbe ua o ia  tipo cun/kin) la a (che tecnicamente una vocale velare) subisce anche un cambiamento di suono verso la e (che una vocale palatale), se preceduta dalla palatale i, e verso la velare o se preceduta dalla velare u (punn/pinn, ussn/issn, cun/kin). Probabilmente questo fenomeno si verificato in una stadio successivo e si spiega con l armonizzazione dei suoni vocalici (u-o, e i-e sono pi vicine e facili da pronunziare di u-a e i-a). (1)

La metafonesi comunque molto attiva in vari contesti:  la a che tende sempre a diventare e dopo una i (kiv, magni), lalternanza maschile/femminile (rsc/rscia, nfss/nfssa, rs/rsa) e del singolare/plurale (uv/va uss/ssa, pc/pc), la coniugazione del verbo (i magn/tu mign, i bv/tu bv).

La massima intensit del fenomeno si riscontra nel centro,  e si attenua o si presenta con connotati diversi man mano che ci si spinge verso  le frazioni del territorio comunale e poi nei paesi vicini.

La dittongazione a carico della a,  ma con gradazioni diverse,   attestata abbastanza sia in area nord-campana che abruzzese-molisana. A San Donato Val Comino (2), ad esempio, paese confinante a Nord, abbiamo una situazione cun/kin, usn/isn, cump/kimp.

 

Per quanto riguarda gli esiti della e e della i accentate, la situazione piuttosto complessa, ma non dissimile dagli altri dialetti dellarea:  e, i, u lunghe latine conservano generalmente il suono intatto (lna, rna, fn/fna, vn, vt, nd, lc, va, crd); per il resto c da notare una consistente presenza di metafonesi che, al solito, marca la differenza singolare/plurale (ms/msc, pr/pra, dnt/dint, pd/pid), ovvero maschile/femminile (chn/china).

 

(1)  Il passaggio dalla a alla e un fenomeno frequente in molti dialetti italiani: particolarmente riconoscibile nel versante adriatico, dallEmilia-Romagna alla Puglia, dove si presenta intensissimo, ed chiamato dai linguisti palatalizzazione adriatica

 

(2) Il dialetto di San Donato V.C. molto documentato (Inchiesta AIS 1924, punto 701 e, recentissimo, il lavoro di Daniela Farina, Il dialetto di San Donato in Val Comino, pubblicato nel 2001; a quest ultimo, che ho consultato ampiamente, anche per le numerose affinit tra le parlate dei due paesi, rimando il lettore che volesse approfondire con una trattazione analitica e specialistica dellargomento.

 

 


 

2.2 Le consonanti      top

 

Il sistema consonantico del dialetto settefratese complessivamente coerente con gli esiti prevalenti nellarea centro-meridionale dItalia, in particolare nel Lazio meridionale, nellarea campana e in quella abruzzese-molisana. Perci mi limito a segnalare solo le caratteristiche pi importanti.

Si rileva nel centro una tendenza diffusa a raddoppiare la pronunzia delle consonanti in corpo di parola (es. mcchna, contro mchna della campagna e di Pietrafitta).

 

Esiti principali

 

b: iniziale e intervocalica si presenta come v (vcca, varl, vrva, vva ) o come bb, con pronuncia intensa (bbigli, bbun, sbbt, sbbt), talora per ipercorrettismo (bbligia)  o per influenza dell italiano comune (bbrba invece del pi arcaico vrva);

 

c: generalmente davanti a i e e si palatalizza e si pronunzia quasi sc ( es. vuc, pc);

 

d: non presenta particolarit notevoli: la tendenza a trasformarsi in r in posizione intervocalica, frequente nel meridione e caratteristica del sandonatese, quasi inesistente;

 

fi, fl:  lesito abituale   sc (scim, sciur, scnnt, scinna, rsciat);

 

g: iniziale  ha un comportamento molto vario: di solito si presenta come i (itta, irn, instra) o u/v (vull),  ma abbiamo anche gg (ggistra) in parole evidentemente  entrate nelluso pi recentemente e/o influenzate dalla forma dellitaliano comune; ovvero perde sonorit (kaglna) se seguita da vocale velare; in posizione intermedia  tende a mutare in v  (frvla);

gn: si presenta prevalentemente come n, pi propriamente in, con palatalizzazione conservata  o meno da i (aincc, lna);

 

l: iniziale quasi sempre si conserva inalterata (lma, lnga), ma palatalizza se seguita da i/u (glina,  gliund, glva); nellintervocalica si presenta, non regolarmente, lalteranza con r (pr , carcra );

lc, ls: la l si muta in  v (cvc, fvs) o cade (pc);

ld, lt:  almeno 3 esiti: l si presenta come v (savt), si raddoppia con assimilazione della d (cll), diventa r (curtigli);

ll: intervocalica normalmente palatalizza in gl (capgli, cavgli, tugli);

 

mb: si presenta  come m o mm (mglccur, mmttgli) per assimilazione;

 

nd: d nn (cannla, mnn, mnnzza) per assimilazione, come in tutta larea  meridionale fino a Roma,  ( stata ipotizzata una persistenza osco-sabellica);  sporadicamente il nesso nd conservato (quandarriva?);

nt: la t si conserva , ma tende decisamente verso la d, sonorizzandosi (quanda ggnt!);

ng: normalmente si presenta come gn (chign per piangere, mgna  per mangia, gna per unghia, gn per unge, mgn per mungere;

pl (it. pi): si presenta come ch (chiv, chiantta, chn, chimm);

 

qu: la consonante labiovelare kw tendenzialmente stabile (quttr, quarnta) talvolta si presenta con  perdita  dellelemento labiale (ca da quia,  cocn da qualcuno, cnk da quinque, cma da squama);

 

s: in posizione iniziale generalmente si conserva , o passa  a z, come in italiano comune; nei gruppi consonantici st e sk, tende a schiacciarsi, dando come esito un un suono palatalizzato tipo  sc;

 

t : dopo nasale si sonorizza e tende a d (vedi sopra nt);

 

v:   iniziale solitamente si conserva (vcchia, vspa, vst vt, ma ilp, che prob. passato da golpe, e non direttamente da vulpis); e cos pure intervocalica (nv, nv, lav), con qualche caso di caduta (inca da iuvenca), o  in espressioni come mugli da m vugli.i caduta (inca da iuvenca);

 


 

3. MORFOLOGIA      top

 

3.1  I nomi      top

 

Il genere dei nomi in gran parte identico allitaliano comune; casi sporadici di cambiamento di genere (es. la fnga) saranno via via segnalati nel dizionario. E invece significativa la presenza del neutro per una serie di parole che designano cose non quantificabili, e sono riconoscibili per luso dellarticolo l invece del gli proprio del maschile. Questo neutro particolare, esistente in molte parti dellItalia meridionale, non ha rapporto con il neutro latino, ed chiamato neutro di materia o neo-neutro o neutro romanzo (cfr. Farina, 106) (es. cc, ltt, pn, sl, vn, ugli, act, ml, sngh). E invece direttamente collegato al neutro latino il plurale in ra (da ora) (es. cmpra, tttra, chivra, bcchra).

Come gi ricordato a proposito della fonetica delle vocali, nelle articolazioni maschile/femminile degli aggettivi e singolare/plurale degli aggettivi e dei nomi fortemente presente il fenomeno della metafonesi.

 

 

3.2  I pronomi      top

 

Personali

soggetto: i, tu, ss/ssa, nu, vu, ss/ss;

complemento: m, t, gli/la, n, v, gli/l.

Possessivi

Gli mi, gli ti, gli si, gli nustr, gli vustr, gli si.

Gli aggettivi possessivi mio (mi) e tuo (ti) sono enclitici nelle parole che indicano parentela e simili *(fglim, frttm, srda, prt, mmmta, nnnt, csta, ecc.), ma presente, a seconda del contesto, anche il tipo la casa ma, gli fgli mi ecc.

Dimostrativi

Cosa: qust, quss (equiv. a codesta cosa), qull;

Persona: qust/chsta, quiss/chssa, qugli/chlla, al plurale chst/chst, chss/chss, chgli/chll.

Gli aggettivi dimostrativi sono uguali o con aferesi iniziale: st/sta, ss/ssa, qugli/chlla, plurale st, ss, chgli/chll.

Da notare la presenza di tutte e tre le articolazioni proprie dellitaliano colto e del toscano parlato (questo, codesto, quello): nel passaggio del parlante dal dialetto alla lingua comune codesto si perde; analogamente accade negli avverbi di luogo.

Indefiniti

Coccsa, cocn/cocna.

 

* Per questa tipologia tipicamente meridionale, vedi la cartina a pag. 12., dove mostrata la cosiddetta isoglossa di figliomo.

 

3.3 I verbi      top

 

Qui presentata sinteticamente la coniugazione degli ausiliari, dei servili e delle coniugazioni standard; nel dizionario si dar conto di altri casi particolari.

 

Essere (ss)

Iso, tu si, ss/ssa , nu sm, vu st, ss/ss su.

Part. passato  stt;  cong. cond. fss; imperfetto: va, v, va, avm, avt, ven; passato remoto:  fs , fust, f, .furn.

 

Stare (st)

I stngh, tu sti, ss/ssa st, nu stm, vu stt, ss/ss stiv.

Part. passato stt;  cong. cond. stra, stss; ger. stnn; imperfetto: stva, stv, stva, stavm, stavt, stvn; pass. rem.:  stv, stist, sttt, stmm, stst, stirn.

 

Tenere (ten) 

I tingh, tu ti, ss/ssa t, nu tnm, vu tnt, ss/ss tiv.

Part. passato tnt; cong. cond. tnra, tnss; ger. tnnn;  imperfetto: tnva, tenv, tnva, tnavm, tnavt, tnvn ; pass rem. : tnv, tnist, tn (tnn ?), tnmm, tnst, tnirn.

Funge normalmente da verbo ausiliare al posto di  avere  ; nellarea meridionale si alterna con  aggia , che si riscontra nella stessa Valle di Comino.

E da rilevare che in linea di massima il verbo ausiliare per la costruzione del passato prossimo sempre essere; tenere utilizzato per la formazione di molte locuzioni tipiche (m t fm, m t st, m t sunn) e per  le perifrasi del futuro, anche per indicare laspetto durativo o di necessit  (tinga da tienghe a ,  tirna i da tnin  a i , tra fa da t da f, tta dic da tnte a dc). In questo caso allimperfetto si usa per lausiliare avva ecc. e la passato remoto usa, usta, sa, mma, sta, urna, (forse contrazione di habui, habuisti ecc.?)

 

Potere (pt): i pzz, tu pu, ss/ssa p, nu ptm, vu ptt, ss/ss puv.

Part. passato ptte; cong. cond. pzza, ptra, ptss; imperfetto: ptva, ptv, ptva, ptavm, ptavt, ptvn; pass. rem.: ptv, ptist, pt (psa), ptmm, ptst, ptirn (purna).

 

Volere (vl): i vugli, tu vu, ss/ssa v, nu vlm, vu vlt,ss/ss vuv.

Part. passato vlt; cong. cond. vlra,  vlss; ger. vlnn;  imperfetto: vlva, vlv, vlva, vlavm, vlavt, vlvn; pass. rem.: vlv, vlist, vl, vlmm, vlst, vlirn.

Abituale la caduta della v iniziale nelle espressioni m ugli (da me vugli) e simili.

 

Dare (d): i dngh, tu di, ss/ssa d, nu dm, vu dt, ss/ss div.

Part. passato  dt; cong. cond. dra, dss; ger. dnn; imperfetto: dva, dv, dva, davm, davt, dvn.

 

Fare  (f): i facc, tu fi, ss/ssa f, nu facm, vu fact, ss/ss fiv.

Part. passato  ftt; cong. cond. facra, facss; ger. facnn; imperfetto: facva, facv, facva, faciavm, faciavt, facvn; pass. rem.: facv, facist, fac (fc), facmm, facst, facirn.

 

Andare (i) : i vgli, tu vi, ss/ssa v, nu im, vu it, ss/ss viv (con alternanza dei temi vad- e ir-, mentre litaliano comune alterna vad- e and-).

Part. passato: t; cong. cond. ira, ss; ger. inn; imperfetto : va, v, va, iavm, iavt, vn; pass. rem.: v, ist, , imm, ist, irn.

 

Venire (vn/mn: laternanza ven/men si presenta in tutti i tempi, con variazioni a volte  legate alla persona): i vingh, tu vi, ss/ssa v, nu vnm, vu vnt, sse/ss viv.

Part. passato vnt/mnt; cong. cond. vnra/mnra vnss/mnss; ger. vnnn; imperfetto: vnva, vniv, vnva, vnavm, vnavt, vnvn; pass. rem.: venv, venist, vnn (vn?), vnmm, venst, vnirn.

 

Verbi in -are (-/-i):

Mangiare (magni): i mgn, tu mign, ss/ssa mgna, nu magnim, vu magnit, sse/ss mgnn.

Part. passato magnit; cong. cond. magniss, magnra; ger. magnnn; imperfetto magniva, magniv, magniva, magnavm, magnavt, magnivn; pass. rem.:magniv, magnist, magni, magnimm, magnist, magnirn.

(notare lalternanza metafonetica  /i)

Pisciare (psci) : i psc, tu psc, ss/ssa pscia, nu pscim, vu pscit, ss/ss pscn.

Part. passato pscit; cong. cond. psciss, pscira; ger. pscnn; imperfetto psciva, psciv, psciva, psciavm, psciavt, pscivn; pass. rem. psciv, pscist, psci, pscimm, pscist, pscirn.

 

Lalternanza /i correlata dalla presenza della vocale palatale i. In assenza (es. abbtt, abbl, acchiapp, asptt,  lav, rancc) si ha: asptt, aspitt, asptta, aspttme, aspttte, aspttn; pp. aspettt ecc.) con conservazione della a del tema. (lavm contro magnim)

 

Verbi in ere (-eve)

Bere (vv/bbv): i bv, tu bv, ss/ssa bv, nu bvm, vu bvt, ss/ss bvn.

Part. passato vvt/bvt, pi rec. bvt; cong. cond. bvss; ger. bvnn; imperfetto bvva, bvv, bvva, bvavme, bvavt, bvvn; pass. rem. bvv, bvist, bv, bvmm, bvst, bvirn.

Per questo verbo si registra nei parlanti unoscillazione fra la regolare v (cfr. fonetica, consonante b) e la tendenza a utilizzare la bb, come accade in bbrba  nei confronti del pi arcaico ma praticamente desueto vrva.

Per quanto riguarda il part. pass. la forma appropriata vvt tende a essere soppiantata da

bvt, analogamente a quanto si verifica con chiuvt/chivt, presumibilmente per influenza dellitaliano comune.

 

Verbi in ire (-)

Partire (part): i prt, tu pirt, ss/ssa prt, nu partm, vu partt, ss/ss pirtn (alternanza metafonetica  /i).

Part. passato partt/rec. partt; cong. cond. partss, partra ; ger. partnn; imperfetto partva, partv, partva, partavm, partavt, partivn; pass. rem.  partv, partist, part, partmm, partst, partirn.

Per quanto riguarda partt/partt vedi quanto detto sopra per chiuvt e vvt.


 

3.4   Articoli, congiunzioni, avverbi      top

 

Gli articoli determinativi sono gli/la sing., gli/l plur., l per i neutri di materia tipo l pn (vedi quanto detto per il genere dei nomi); quelli indeterminativi n/na.

Preposizioni congiunzioni e avverbi non presentano particolari casistiche morfologiche. Rimandando al dizionario per la trattazione caso per caso delle particolarit fonetiche e lessicali, segnalo alcuni casi pi caratteristici, come ad esempio la congiunzione ca da quia, con caduta della labiale (vedi in fonetica-consonanti quanto detto per qu/kw).

Fra gli avverbi di tempo opportuno notare  maddmn e massra (stamane, stasera), unn inn intt (questanno, lanno scorso, la scorsa notte), itrza (laltro ieri, da die tertia) pscri (dopodomani, da postcras, mentre domani presente come addmn), pscrgli (il giorno dopo dopodomani), ctt (presto), ndnn (un tempo).

Per gli avverbi di luogo, analogamente ai pronomi dimostrativi, da segnalare la presenza delle tre articolazioni proprie dellitaliano colto e del toscano parlato (icch, iss, lch per qui cost, l): anche in questo caso nel passaggio allitaliano comune si perde la nozione del vicino a chi ascolta.

 

 

4.  Riferimenti      top

 

In questo contesto non ho ritenuto opportuno indicare una bibliografia vera e propria. Segnalo alcuni testi di riferimento, che ho utilizzato per il lavoro, e che formano un possibile percorso per un primo approfondimento dellargomento.

 

 

- I dialetti italiani: storia struttura uso, a cura di Manlio Cortellazzo et al. Torino, Utet, 2002.

- Grassi-Sobrero-Telmon, Introduzione alla dialettologia italiana. Roma-Bari, Laterza, 2003.

 

- Farina, Il dialetto di San Donato in Val Comino. Formia, 2001.

- Merlo, Fonologia del dialetto di Sora. Pisa, Mariotti, 1920.

 

- Battisti-Anselmi, Dizionario etimologico italiano. Firenze, Barbera, 1975.

- Cortellazzo-Marcato, Dizionario etimologico dei dialetti italiani. Torino, Utet, 2005.

 


 

5.  DIZIONARIO

 

Ringraziamenti

 

Le parole riportate nel dizionario edizione 2008 sono 852, pi del doppio della prima edizione.

Questo risultato dovuto in gran parte alle segnalazioni e ai  consigli che ho avuto via e-mail e a voce, che hanno superato abbondantemente le mie aspettative.

Non potendo ricordarli tutti, e chiedendo preliminarmente scusa ai dimenticati, accenno brevemente a i compaesani che sono stati pi attivi ed entusiasti.

 

Ricordo anzitutto Graziella Buzzeo Ginsburg (che a poche ore dalla pubblicazione sul sito mi ha fulmineamente segnalato strevire)  e i fratelli Maria e Dante Zaz, figli di Michele, naturalmente prodighi di parole e di ricordi familiari, anche commoventi.

Un grazie  speciale a Domenico Rustici,  a cui devo non solo la segnalazione di varie parole rare e desuete, ma anche alcune conversazioni con riflessioni etimologiche e qualche correzione di significato, a  Cesare Guerriero Musilli a cui debbo una perla come immlle -  ad  Aldo Venturini, che si subito appassionato allimpresa.

Infine debbo un ringraziamentop anche a tutti quelli che  si sono complimentati del lavoro via e-mail o a voce, e sono veramente tanti per poterli ricordare  tutti, da Riccardo Frattaroli, fotografo direi ufficiale del sito,  a Francesco Cardelli, a Marcella Fabrizio Cardelli.

 

 

In assoluta anteprima mi piace segnalare che il lavoro continuer anche con nuove iniziative, sempre rivolte a preservare e trasmettere il patrimonio linguistico e culturale del paese:

a)      una raccolta toponomastica dei luoghi: vie, frazioni, piccoli abitati, fonti, cime e  posti della campagna e della montagna; per questo lavoro mi aspetto un grande contributo colettivo

b)      il dizionario delle parole ri-organizzato per temi: il corpo, la casa, il lavoro, le cerimonie, le feste ecc.

c)      una raccolta di detti e proverbi, alla quale sta particolarmente lavorando Domenico Vitti.

 

 

Mi sembra giusto infine ringraziare esplicitamente lamico Antonio Vitti che attraverso questo sito ha reso e rende possibile il recupero e la preservazione della memoria con operazioni come questa del dialetto,  e tante altre,tutte importanti e meritevoli di essere incrementate.. 

 

  

 

Per  segnalare errori, inesattezze e altre parole scrivere a:  renato.tamburrini@gmail.com


 

Avvertenze

 

Per una serie di ragioni che ho cercato di spiegare pi dettagliatamente nella parte generale (Premessa, punto 1.2, pag. 5) non ho adottato una trascrizione fonetica scientifica, ma ho cercato di mantenere le parole leggibili e vicine il pi possibile allitaliano comune.

 

Ho usato soltanto questi  accorgimenti, ritenendoli veramente inevitabili e - considerata la crescente diffusione del computer- nello stesso tempo abbastanza facilmente praticabili con la tastiera standard italiana (maggiori difficolt si hanno ovviamente con la tastiera inglese, per la quale sono necessarie alcune impostazioni attraverso il set esteso dei caratteri ASCII):

 

1)      La e semivocale non accentata, che si pronuncia molto debolmente, trascritta ; in qualche caso, in cui al limite fra la scomparsa e una pronunzia debolissima, segnalata fra parentesi (). Nella prima edizione del dizionario, pensando alla maggiore facilit di uso della videoscrittura col computer, avevo utilizzato la e in corsivo.  Ma la notazione della e debole, indipensabile nel dizionario per maggiore chiarezza, a mio parere dovrebbe  per essere omessa nel caso di scrittura di testi in dialetto, poich la regola che tutte le e non accentate sono deboli, ovvero si pronunciamo alla francese, non conosce praticamente eccezioni.  In base a questa considerazione ho accolto volentieri il consiglio dellamico Domenico Vitti, perch ho verificato che la notazione , ampliamente usata dai linguisti, fa risultare anche pi leggibile linsieme della parola.

2)      Laccento della sillabe toniche sempre segnalato; nel caso della e e della o laccento grave (, ) corrisponde a una pronuncia aperta (it. prte, vcchio, crpo, mrto), laccento acuto (, ) corrisponde a una prononcia chiusa (it.  mssa,  crsta, btte, nce) ; la segnalazione dellaccento, per il suo carattere discriminante, a mio parere resta obbligatoria anche quando si scrivono testi in dialetto.

3)      Nelle parole che cominciano per z ho specificato se si tratta di una z dolce o sonora.

4)      Non ho neppure segnalato con k per  c velare davanti a vocale palatale (e,i), come normalmente si usa nelle trascrizioni dialettali, anche in assenza di trascrizione fonetica scientifica: perci si trover chsta,  chlla, chizza, chiantta e non ksta, klla, kizza, kiantta, ecc. ecc.  Anche questo addomesticamento delle regole mira a mantenere una grafia il pi vicina possibile a quella dellitaliano comune, dove il k non utilizzato e, quando necessario, espresso con la grafia ch.

5)      Ho notato che talvolta scrivendo in dialetto alcuni utilizzano q al posto di c, o viceversa: considearndo le regole della fonetica italiana direi che questa pratica sconsigliabile e fuorviante (ad esempio qune per cune o anche cunde per qunde) e che la pratica migliore consiste nel tenersi il pi possibile vicini alla grafia dellitaliano comune.

6)      Alcune parole segnalatemi da una sola fonte, su cui non ho una sufficiente sicurezza della grafia o del suono, sono state lasciate in colore rosso. I lettori sanno che sono particolarmente soggette ad errori e che per esse sono ancor pi gradite conferme o correzioni.

 

 

 

 

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11 settembre 2008